A partire dal 2010 nel nostro paese è iniziato un pericoloso percorso che ha portato al taglio dei fondi per le Università italiane da parte dei vari governi che si sono succeduti. Infatti dal 2010 al 2015 c’è stato un taglio di quasi un miliardo di euro per le università del nostro paese. In seguito vi sono stati dei piccolissimi aumenti che tuttavia non hanno in alcun modo coperto gli ingenti tagli fatti in quegli anni. L’attuale governo giallo-verde da questo punto di vista non ha portato un reale cambiamento, troppo preso dagli investimenti per mandare i lavoratori in pensione con qualche anno di anticipo, non ha trovato molti fondi da investire per il futuro. Il paradosso è che dopo la crisi economica i principali paesi europei hanno investito ingenti fondi sull’istruzione, essendo questa vista come motore di sviluppo del proprio paese. L’Italia invece ha preferito vedere gli studenti come zavorra per lo Stato. A tal proposito basta guardare un semplice dato: il rapporto fra spesa pubblica per istruzione e PIL in Italia è di gran lunga inferiore a quella degli Stati Uniti, paese in cui il sistema Universitario è quasi interamente in mano ai privati (0.7% contro 1% americano).

Tuttavia in questo scenario c’è a chi è andata peggio di tutti in Italia. Gli Atenei del mezzogiorno infatti sono stati i più penalizzati. Il tutto è avvenuto perché a partire dal 2008 i governi hanno pensato che fosse corretto dare una parte dei fondi non sulla base delle esigenze dei singoli Atenei (per esempio quindi sulla base del numero degli iscritti) ma sulla base di presunti criteri meritocratici. Quello che è avvenuto è che gli Atenei che già in partenza si trovavano in difficoltà sono stati considerati meno meritevoli e per tale ragione hanno ricevuto meno fondi. Criterio che al nostro Ateneo non è dispiaciuto nonostante sia stato colpito da questo meccanismo. Infatti ha deciso bene di copiare questo modello nella distribuzione dei fondi all’interno dei corsi dell’Ateneo, meccanismo che creerà corsi di laurea di serie A e corsi di laurea di serie B, così come oggi questo accade fra gli Atenei italiani.

Visto tale scenario i nostri Atenei hanno cercato il più possibile di alzare le tasse a carico degli studenti. L’anno scorso le tasse sono aumentate del 3% per gli studenti con ISEE da €30.000 in poi. Gli studenti fra i €13.000 e i €30.000 di reddito hanno l’aliquota più alta a livello nazionale (assurdo se si pensa che la Sicilia è una delle regioni con redditi più bassi). Infine l’area in cui non si paga il contributo, per tutelare gli studenti più in difficoltà, è da €0 a €13.000, ovvero la più bassa a livello nazionale. In sostanza tasse in aumento e sgravi fiscali al minimo. Qualcuno potrebbe pensare che alla fine visto lo scenario globale sia positivo questo aumento perché ha portato ad un miglioramento del nostro Ateneo. Tuttavia per capire che ciò non corrisponde a realtà basta guardare tutti le materie che quest’anno sono state tagliate dai piani di studio, in particolare le materie opzionali, basta guardare le condizioni edilizie di Via Archirafi, basta guardare i servizi che offre il nostro Ateneo, come il servizio di tutorato o banalmente il sistema bibliotecario, che avrebbero bisogno di un importante investimento.

Tuttavia va ribadito che, anche se l’aumento delle tasse per gli studenti avesse portato un leggero miglioramento della didattica, dell’edilizia o dei servizi, comunque non sarebbe stato accettabile. In un paese moderno, efficiente e sviluppato, l’istruzione deve essere garantita in modo più che efficiente da parte dello Stato. Se ciò non avviene solo pochi giovani economicamente fortunati potranno permettersi un percorso d’eccellenza negli studi, mentre tutti gli altri saranno costretti e relegati a un futuro di stenti. Crediamo quindi in un paese e in un territorio dove i giovani indipendentemente dalla loro condizione economica possano rimanere nella loro terra e sognare un futuro concreto nell’ambiente lavorativo che più desiderano.